Nostalgia di Delors

Nell'educazione: un tesoro

Nostalgia di  Delors

Teaching

Quando nel 1996 l’UNESCO pubblicò il rapporto noto come Rapporto Delors “L’istruzione è un tesoro” redatto da una commissione di esperti provenienti da diversi paesi (educatori, sociologi, politologi, tra gli altri) guidata da Jacques Delors, in cui si affermava che noi studenti dovevamo imparare ad essere, a fare, a conoscere e a convivere, e che l’istruzione era un’utopia necessaria, nonché un’espressione d’amore verso i bambini e gli adolescenti, ai quali si doveva preparare la strada per costruire un futuro migliore; noi osservatori del mondo dell’istruzione ci siamo sentiti ispirati, credevamo che si profilasse una nuova era, in cui tutti i soggetti coinvolti: istituzioni educative, governi, organizzazioni internazionali, studenti e insegnanti, avrebbero unito le forze per trasformare l’istruzione in un motore di sviluppo umano e sociale.

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La persona non è un algoritmo

Può un algoritmo, anche se evoluto, agire in modo libero, intenzionale, può amare fino alla donazione di sé, aprirsi alla trascendenza?

La persona non è un algoritmo

E’ del 13 aprile 2026 un articolo su FQ Magazine del Fatto Quotidiano che narra la storia di Katie, 32 anni, ex dipendente delle Risorse Umane in un’azienda, vittima di una depressione post-partum superata, secondo quanto da lei stessa affermato, utilizzando l’IA ed affidando all’algoritmo la completa gestione della propria vita. “Ho descritto all’IA la vita dei miei sogni e ora seguo sempre i suoi ordini. Non mi fido di me, Chatgpt decide anche se devo lavarmi i capelli”. Sono in crescita esponenziale, soprattutto nel mondo occidentale, le persone che scaricano App in grado di creare chatbot su misura, strutturati con specifici dati che si configurano come confidenti, coach, amici virtuali. Gli “IA Companion” offrono conforto, non giudicano, non contraddicono, ricordano tutto, sono seducenti, hanno, di solito, un tono di voce armonioso e gentile, creano una “bolla relazionale” che fa sentire bene, accettati, compresi. I giovani si fidano sempre di più dei Chatbot, fanno loro richieste che interessano i campi più disparati: dalla morale alla medicina, alla spiritualità. Le più importanti piattaforme digitali stanno cercando esperti di filosofia morale, di antropologia, di teologia per fornire informazioni etiche e sapienziali agli algoritmi. Nelle relazioni virtuali non è necessaria l’empatia, né lo sforzo di ascoltare l’altro. Queste interazioni tra l’uomo e l’IA con GPT (Generative Pre-Trained Transformer), capaci di elaborare testi simili a quelli umani, pongono almeno due questioni pressanti: la definizione della persona nella sua essenza e nel suo differenziarsi dall’IA e l’evoluzione del linguaggio umano nell’era computazionale.

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Il Neo-feudalesimo che verrà

Il Neo-feudalesimo che verrà

E’ molto probabile che nel futuro che viene, tra intelligenza artificiale che supererà la nostra e la sostituirà e i robot che prenderanno il nostro lavoro, la nostra vita si riduca, per lo meno nei paesi occidentali a divenire meri consumatori di contenuti dei mass-media. Ma questo é il caso positivo, il migliore. C’è di peggio. I contenuti dei mass media di fatto sono prodotti perché c’è chi in una forma o l’altra ne paga il consumo, quindi li acquista.

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Ghosting

negarsi all’altro nell’era digitale

Ghosting

Il termine “Ghosting”, derivato dall’inglese “ghost”, “fantasma”, entra nei neologismi del vocabolario Treccani nel 2024, la definizione recita testualmente: “Interrompere all’improvviso e senza dare spiegazioni ogni tipo di relazione con una persona, rendendosi irrintracciabili”. L’antropologia digitale e la psicologia, nei propri ambiti di indagine scientifica, hanno delineato questo fenomeno, sempre più diffuso nel tempo delle relazioni mediate dalla rete, che causa, in chi lo subisce, una dolorosa sensazione di abbandono.

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Stanchi della Libertà

Stanchi della Libertà

Siamo davvero stanchi di un linguaggio fiorito fatto di libertà, autorealizzazione e diritti umani. Non perché si tratti di realtà indesiderabili o di concetti vergognosamente incomprensibili. Al contrario, sono aspetti della vita che cerchiamo di custodire, accrescere e rendere possibili affinché gli altri possano goderne o ottenerli. Mi riferisco piuttosto al fatto che, in nome della libertà, dell’autorealizzazione e di un elegante discorso sui diritti umani, siamo stati assoggettati a un sordido relativismo pratico, a un vivere la vita in qualsiasi modo, a un giustificarsi per evitare il brutto colpo della correzione, del fallimento, del peccato. Parlo come figlio del mio tempo. Sono cresciuto nel crescente scontro di idee, nella seduzione dell’autoaffermazione, nel sogno della libertà. Mi è stato ripetuto che devo cercare ciò che mi appaga, che mi fa sentire bene e che mette in mostra a tutti il meglio di me. I miei fallimenti non sono errori, sono «aree di opportunità». I miei peccati non sono rotture morali, ma semplici prodotti che derivano necessariamente dalla mia debolezza. Tutto ciò che decido va bene, purché scaturisca dal nucleo della mia volontà creativa. Ma pochi hanno orientato il mio cuore fuori da sé stesso, là dove abita la Verità. Perché, se è vero che nell’uomo interiore abita Lei – come dice Agostino –, la Verità è allo stesso tempo ciò che è più intimo della propria intimità e il massimo trascendente, al di là di ogni limite del mio essere. La buona interiorità è sempre estatica, sempre fuori di sé, sempre alla ricerca al di là dei confini di ogni tipo: concettuali, ontologici, morali, spirituali.

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Frammentazione

A chi giova?

Frammentazione

Il famoso detto «divide et impera» non è stato applicato solo per vincere battaglie e poi guerre, o nelle transazioni commerciali per ottenere maggiori profitti, ma si applica anche all’essere umano stesso, nelle sue diverse dimensioni (lavorativa, familiare, sociale, professionale); ad esempio, in medicina l’attenzione si è concentrata sul trattamento del disturbo specifico del paziente, senza considerare che si tratta di un essere umano nella sua interezza con molteplici condizioni; e che, anche se soffre di un dolore localizzato, quell’organo è colpito e influisce sul resto dell’organismo.

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Io voglio sapere se la giustizia è possibile…

Io voglio sapere se la giustizia è possibile…

Il celebre verso di David Maria Turoldo introduce questa breve e, certamente, non esaustiva riflessione sulla “giustizia”, tema spesso al centro di dibattiti e di rivendicazioni. Chiediamoci quale sia il significato del termine “giustizia” in una società globalizzata, multiculturale, dominata dalle leggi del mercato e dalla tecnologia, e, soprattutto su quale fondamento si può ancorare il concetto di “giustizia” se i riferimenti religiosi e morali non sono più validi e condivisi? E’ giusta una società che parla con il linguaggio delle armi? In questi giorni i termini più pronunciati, nel dibattito pubblico, sono quelli inerenti alla guerra, alla violenza, alla morte di persone innocenti, all’attacco armato. Sembra che l’uomo sia preda di una inesauribile sete di potere e sia capace solo di concepire progetti di distruzione, di aggressione, di invasione di spazi appartenenti ad altri. Anche papa Leone XIV, nell’Angelus di domenica 15 marzo, ha posto l’attenzione sulle “drammatiche situazioni di ingiustizia, di violenza e di sofferenza che segnano il nostro tempo”.

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