Siamo davvero stanchi di un linguaggio fiorito fatto di libertà, autorealizzazione e diritti umani. Non perché si tratti di realtà indesiderabili o di concetti vergognosamente incomprensibili. Al contrario, sono aspetti della vita che cerchiamo di custodire, accrescere e rendere possibili affinché gli altri possano goderne o ottenerli. Mi riferisco piuttosto al fatto che, in nome della libertà, dell’autorealizzazione e di un elegante discorso sui diritti umani, siamo stati assoggettati a un sordido relativismo pratico, a un vivere la vita in qualsiasi modo, a un giustificarsi per evitare il brutto colpo della correzione, del fallimento, del peccato. Parlo come figlio del mio tempo. Sono cresciuto nel crescente scontro di idee, nella seduzione dell’autoaffermazione, nel sogno della libertà. Mi è stato ripetuto che devo cercare ciò che mi appaga, che mi fa sentire bene e che mette in mostra a tutti il meglio di me. I miei fallimenti non sono errori, sono «aree di opportunità». I miei peccati non sono rotture morali, ma semplici prodotti che derivano necessariamente dalla mia debolezza. Tutto ciò che decido va bene, purché scaturisca dal nucleo della mia volontà creativa. Ma pochi hanno orientato il mio cuore fuori da sé stesso, là dove abita la Verità. Perché, se è vero che nell’uomo interiore abita Lei – come dice Agostino –, la Verità è allo stesso tempo ciò che è più intimo della propria intimità e il massimo trascendente, al di là di ogni limite del mio essere. La buona interiorità è sempre estatica, sempre fuori di sé, sempre alla ricerca al di là dei confini di ogni tipo: concettuali, ontologici, morali, spirituali.
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Pubblicato il 6 aprile 2026 | 4 minuti | 814 parole | Isaac Eliseo Gaspar Morales • Altre lingue: English, Español