E se non fossimo in grado di costruire una buona società umana perché non riusciamo a ricordarla?
In principio, quando Dio creò tutto ciò che esiste (il visibile e l’invisibile), la vita degli esseri umani era incontaminata in ogni suo aspetto, ed eravamo perfettamente liberi di godere della buona vita umana che era stata ordinata per noi. In principio la nostra Libertà era immediata e piena. Ora, invece, la nostra Libertà giunge quando rientriamo in perfetto equilibrio con l’Assoluto. La Libertà è essenziale all’essere umano, ma si conquista con grande sforzo, e soltanto attraverso il sangue di Cristo Gesù, il Redentore di Ciò che è andato perduto. E la Libertà ottenuta con la nostra redenzione non è orientata immediatamente al godimento del creato: anzitutto spinge necessariamente il credente a mettersi al servizio del ripristino della bontà della vita umana.
Nell’ultima serie di articoli che ho scritto per il RIID, quando mi è stato chiesto di riflettere sul rapporto tra la vita interiore e lo Sviluppo Umano Integrale, ho ritenuto importante spiegare anzitutto che raggiungere la Libertà è essenziale per passare dalla vita interiore alla partecipazione al progetto dello Sviluppo Umano Integrale. Ho sostenuto, cioè, che la Libertà non è una condizione a priori (come erroneamente la intendiamo nella nostra epoca moderna) che i governi devono tutelare; la Libertà è piuttosto lo stato ordinato che risulta da una vita portata in perfetto allineamento — attraverso la vita interiore — con Dio Onnipotente. E quando giungiamo a questo allineamento — a questo perfetto equilibrio — raggiungiamo lo stato di Libertà nel quale scegliamo spontaneamente un compito con cui partecipare, che fa avanzare il progetto dello Sviluppo Umano Integrale.
Per esprimere in altro modo questo allineamento con la Divinità, possiamo considerare ciò che sant’Agostino ci propone nel De Trinitate (Libro X).1 Agostino mostra che tutta la nostra mente è fatta per essere in perfetto allineamento con la Trinità divina: la memoria, l’intelligenza e la volontà sono le tre funzioni distinte, e tuttavia unite, della nostra mente. Oppure, con una prospettiva che offre qualche precisione in più al pensatore moderno: la nostra mente è fatta per ricordare ciò che è stato, contemplare ciò che è e attendere ciò che sarà. Queste tre funzioni devono operare pienamente ciascuna nel proprio ambito e in piena integrazione tra loro, così che ciò che si ricorda pienamente lo si comprenda pienamente e lo si voglia pienamente — simultaneamente, in risonanza con la Trinità di Dio.
Eppure, leggendo i bei pensieri di Agostino, mi domando: quali sono queste cose che le funzioni della mente umana sono fatte per meditare, in modo triplice, così intimamente con il nostro Creatore?
Mi sembra che la mente umana sia fatta per ricordare, comprendere e volere ciò che procede anzitutto dalla Divinità. Vedo la bellezza di questo disegno come una risonanza della nostra mente triplice con la Santissima Trinità, che contempla la Divinità, come nell’incessante canto di lode dei quattro esseri viventi in Apocalisse 4,8: «Santo, santo, santo il Signore Dio, l’Onnipotente, colui che era, che è e che viene!».
Ecco, dunque: ciò che la mia mente è fatta per ricordare, comprendere e volere sono le primizie che procedono direttamente dalla santità divina del Signore Dio Onnipotente. Sono primizie che devono esistere fin dal principio, esistere ora ed esistere nel tempo che verrà, come Gesù ci ha insegnato a pregare: venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. Sono queste le primizie che desidero ardentemente custodire nella mia mente triplice. Sia lode al Creatore Onnipotente: che mente meravigliosa ci ha donato, per pensare in accordo con il Divino!
Ma in che modo questi mirabili insegnamenti sulla mente umana triplice ci aiutano a orientarci verso l’opera dello Sviluppo Umano Integrale? Ecco un altro modo di considerare la nozione di Libertà che ritengo sia il punto di partenza con cui il cristiano collega la vita interiore all’opera dello Sviluppo Umano Integrale: la Libertà è lo stato in cui si agisce per rendersi utili all’opera dello Sviluppo Umano Integrale dopo (non prima, né a priori, come vorrebbe il pensiero illuminista) aver raggiunto il perfetto allineamento triplice di mente, corpo e anima con la Trinità divina.
Se accettiamo questa premessa, la domanda successiva prende forma da sé: che cosa deve fare, precisamente, chi si trova in tale allineamento con l’Assoluto per contribuire alla crescita del corpo di Cristo? Dove orienta le proprie intenzioni il singolo, o l’intero corpo della Chiesa? E qual è la base fondamentale, in tutti i suoi aspetti, sulla quale un’intera società prende una buona forma?
Per riflettere su queste domande sono utili anche i precetti di Agostino sull’«uso» (De doctrina christiana, Libro I, capitoli 3-5).2 Usare (uti), secondo Agostino, significa servirsi di qualcosa per ottenere ciò che si ama o si desidera. Tutto nel creato — compresi gli altri esseri umani, gli oggetti fisici e i concetti intellettuali — è destinato a essere usato come mezzo per avvicinarsi al godimento di Dio. Agostino ci offre così un’altra grande chiave per comprendere lo Sviluppo Umano Integrale: come il cammino posto davanti all’umanità, fin dalla nostra separazione da Dio, per tornare a godere di Dio e della creazione che Egli ha fatto per noi.
Questo cammino si può intendere come il mettere all’opera ciò che la propria mente ricorda, comprende e vuole in sintonia con la mente di Dio. Per farlo, però, occorre ricordare pienamente e, allo stesso tempo, comprendere pienamente e, allo stesso tempo, volere pienamente (in allineamento con la Trinità divina), così da fare della propria mente uno strumento dell’opera della Chiesa o, come amiamo dire qui, dello Sviluppo Umano Integrale.
Per come lo intendo io, dunque, lo Sviluppo Umano Integrale coincide con l’uti descritto da Agostino. Sosterrò perciò che l’opera dello Sviluppo Umano Integrale è una cosa sola con l’Uso della mente umana pienamente allineata, in uno stato di perfetto equilibrio con la Fonte, che riflette puramente l’Assoluto in tutti i suoi aspetti. L’Uso, cioè, è la Libertà di mettere all’opera ciò che una mente umana, riflettendo la Divinità Assoluta, genera in modo particolare nel singolo e all’unisono con l’intera Chiesa di Cristo.
Ma in vista di che cosa? Quando contemplo il concetto di Sviluppo Umano Integrale, la mia mente vuole rispondere a questa domanda: che cosa è fondamentale per lo Sviluppo Umano Integrale? Che cosa va messo a fuoco come assolutamente necessario per realizzare una buona società?
A questa domanda la mente umana ha dedicato un’attenzione straordinaria molto prima che Papa Paolo VI elaborasse il concetto di Sviluppo Umano Integrale (Populorum Progressio, 1967).3 Possiamo seguire questo che cosa dall’idea che «il numero è tutto» di Pitagora (ca. 570-490 a.C.)4 al ragionamento di Parmenide (fine VI – metà V secolo a.C.), secondo cui il mutamento è un’illusione e la realtà ultima deve essere immutabile, eterna e una.5 Da qui possiamo comprendere come nel Fedone Platone (428/427–348/347 a.C.) abbia elaborato il compito di ricordare le Forme per portarle dal regno celeste e astratto all’esperienza umana.6 Poi Aristotele (384-322 a.C.) ci ha consegnato le «Forme immanenti»: l’idea che l’essenza strutturale delle cose si trovi dentro la materia fisica.7 Più tardi Plotino (204/205–270 d.C.) sostenne che, contemplando le Forme, l’anima umana può invertire la propria caduta e risalire all’unione con il Divino.8 È a partire da qui che Agostino (354-430 d.C.) affermò che le Forme si trovano nella mente di Dio.9 Tommaso d’Aquino (1225-1274) sostenne che le Forme sostanziali sono, per disegno divino, ciò che conferisce alle cose la loro natura essenziale e la loro identità.10 Kant (1724-1804) trasferì poi il concetto di Forme alla psicologia, sostenendo che esse sono «forme della sensibilità», l’architettura mentale interna, insita nella coscienza umana, che plasma il modo in cui percepiamo la realtà.11 Chiudendo il cerchio, il filosofo analitico Frege (1848-1925) riportò la discussione sulle «Forme» al Terzo Regno — distinto dal regno fisico e da quello mentale — dove la verità oggettiva esiste indipendentemente dalla mente umana.12
Ancora oggi la ricerca umana di comprendere pienamente le Forme prosegue nei filosofi moderni, le cui opere si collocano dentro e fuori il corpus del Pensiero Sociale Cattolico. Sul piano della ragione laica, Nussbaum (1947–) ha proposto le sue dieci capacità umane, sostenendo che esiste un modello oggettivo e universale di ciò che significa vivere una vita umana pienamente realizzata e degna,13 e Sen (1933–) ha offerto il pratico «approccio delle capacità», che ci chiama ad alleviare la sofferenza dove possiamo, anche se non riusciamo a comprendere pienamente le Forme perfette.14
Costruendo il corpus teologico sulle Forme, e dando forma al moderno Pensiero Sociale Cattolico, la Rerum Novarum (1891) di Papa Leone XIII ha insistito sul fatto che dobbiamo conformarci alla Legge Eterna, la Forma perfetta e immutabile di Dio per la giustizia e l’ordine cosmico.15 Brillante filosofo personalista, Papa Giovanni Paolo II (1920-2005) ci ha chiamati a ricordare la dignità umana come realtà assoluta e oggettiva (Centesimus Annus, 1991, e Veritatis Splendor, 1993),16 17 e Papa Benedetto XVI (1927-2022) ha esposto una visione ben strutturata e ricca di sfumature secondo cui ogni Forma priva di Verità è vuota, e la Verità è una realtà oggettiva fuori di noi alla quale dobbiamo allineare la nostra mente (Caritas in Veritate, 2009).18
Per me, forse, il contributo più ispirato al concetto di Forme è quello che ci ha riportati al principio e al rapporto d’amore con il Padre. Fernando Rielo (1923-2004) ha proposto che la realtà sia formata dalla «concezione mistica dell’Assoluto»: gli esseri umani portano un’impronta genetica del Divino — una capacità interiore posta da Dio nel nostro spirito — e per questo la nostra capacità di percepire i concetti nasce da una comunicazione diretta e aperta con l’Assoluto.19 Ciò spiega perché, in ogni epoca, gli esseri umani cerchino di concepire le Forme dell’Assoluto. La ragione del nostro fascino per le Forme è semplice: è il Creatore ad attirarci verso di esse. E Rielo ci mostra come farlo: in una comunicazione diretta, radicale e aperta con l’Assoluto.
Questo insieme di riflessioni umane su ciò che è essenziale per una buona vita e una buona società merita di essere studiato. In verità, la nostra comune preoccupazione di realizzare il bene in ogni ambito della vita umana è tra le funzioni più alte della bella mente umana di cui il Creatore ci ha dotati. E raccomando questo studio a chiunque sia incline a ripercorrere i pensieri più alti dell’umanità sul bene sociale. Tuttavia, non desidero comporre un’ulteriore rassegna di ciò che le menti umane hanno pensato finora. Molti altri, più adatti di me al compito, lo hanno già fatto molto bene.
Il Signore, invece, attira la mia mente a considerare questo: Ciò che è andato perduto. Non me lo ha posto come una domanda, anche se la mia mente ha subito cercato di scoprire ciò che non le era ancora stato rivelato. Ciò che è andato perduto mi è giunto piuttosto come l’enunciato di un mistero, nello stesso momento in cui alla mia mente veniva data una visione. Insieme a questo mistero, Ciò che è andato perduto, ho visto un lungo prisma tridimensionale e, all’estremità sinistra della mia visione, un blocco di questo prisma chiuso, come se fosse rinchiuso nel cemento, mentre l’altra parte, più ampia, era aperta e apparentemente quasi vuota. In quel momento ho compreso che quel lungo prisma è la storia umana della contemplazione. Ho capito subito che l’oggetto era una linea del tempo il cui inizio è chiuso in un materiale solido, simile alla roccia, mentre il resto è aperto ma per lo più vuoto. La mia mente si è concentrata d’istinto sulla parte densa e chiusa, e se ne è meravigliata. E a questo stupore inespresso ho udito il Signore rispondere: è Ciò che è andato perduto.
La mia mente rifletteva su questo mentre il mio cuore piangeva la nostra tragica perdita. Ho compreso che ci sono «cose» — certi tipi di Forme, come le Forme di Platone — che esistevano all’inizio della storia umana e che, con la nostra caduta, per effetto della nostra scelta sovrana davanti a Dio, sono state chiuse e sono andate perdute per noi. Ho indagato questo mistero con una sola domanda: che cosa è andato perduto, fin dal principio, del modo di essere umani? E intuitivamente mi è stato presentato questo elenco, rapidamente, in quest’ordine preciso, del quale spero di dire di più in un’altra occasione:
- Vulnerabilità
- Piacere
- Diletto
- Semplicità
- Fiducia
- Certezza
- Calma
- Pace
- Abilità
- Conoscenza
- Collaborazione
- Codipendenza
E mi è stato detto: cerca queste cose e raggiungerai il tuo scopo. Oltre all’elenco, mi è stata data un’avvertenza per aiutarmi a capire da dove cominciare nella mia ricerca di comprensione di Ciò che è andato perduto. Mi è stato dato questo ragionamento per aiutarmi a comprendere le Forme: in principio l’Onestà non esisteva, perché non c’era la menzogna. Con lo stesso ragionamento posso dedurre che la Giustizia non esisteva, perché non c’era violazione. E così possiamo ragionare che molte altre cose che riteniamo essenziali per una buona società umana non erano necessarie in principio, perché vivevamo nella Bontà Assoluta e nella perfetta Libertà di godere di tutte le cose buone del creato che ci circondava. Non sono dunque cose di questo tipo a comparire nell’elenco di Ciò che è andato perduto. Nell’elenco ci sono soltanto le cose che esistevano fin dal principio. Questo elenco e questi pensieri sul mistero di Ciò che è andato perduto sono rimasti con me per alcune settimane, finché ho cominciato a leggere la descrizione che Agostino fa della mente umana come una santa trinità di memoria, intelligenza e volontà, fatta per risuonare con la Trinità divina, che era, che è e che viene.
Così, tenendo conto del ritratto agostiniano della mente umana in pieno allineamento con la Trinità divina, e della concezione — che trovo assai utile — della funzione propria della mente che poi entra nell’Uso, che io identifico con lo Sviluppo Umano Integrale, ho compreso che Ciò che è andato perduto è qualcosa a cui gli esseri umani non hanno più accesso con la mente. È chiuso, come rinchiuso nel cemento. Perciò Ciò che è andato perduto non è nella nostra memoria. E, seguendo la logica di Agostino: se non è nella nostra memoria, non è nella nostra intelligenza; e se non è nella nostra intelligenza, non è nella nostra volontà.
È sconcertante, perché ciascuno di noi saprebbe dare una definizione apparentemente buona delle cose importanti di questo elenco. Per esempio, la Calma. Che cos’è la Calma? Potrei dire che è uno stato di quiete libero dall’ansia. Amo la Calma: potrei scrivere una bella poesia sulla Calma. Cerco consapevolmente di raggiungere la Calma ogni giorno, per me è molto importante, e diverse persone mi hanno detto che ho il talento di emanare e diffondere Calma. Eppure, per quanto ami vivere in questo bene e diffonderlo il più possibile, trovo molto difficile mantenerlo. Sono inquieta, mi preoccupo, ho paura, dubito, lotto con ogni sorta di nervosismo che affligge la mia mente e il mio corpo; perfino il mio spirito, così innamorato di Cristo, si turba regolarmente. Tuttavia la Calma è molto buona: so riconoscere quando ne sento la presenza in me e in chi mi sta intorno, anche se è fugace. Vorrei che tutta l’umanità vivesse sempre, per quanto è opportuno, nello stato di Calma, e desidererei moltissimo essere messa a buon Uso per realizzare la Calma per il bene della società umana.
Ma vedete il limite della mia riflessione? Capisco davvero che cos’è la Calma? So davvero come portare la Calma a me stessa o all’intera umanità nel progetto dello Sviluppo Umano Integrale? No, non lo so. Per lo più definisco la Calma come assenza di ansia, e la apprezzo soprattutto perché la associo a un certo grado di sollievo temporaneo dall’ansia che stringe il mio corpo, la mia mente e il mio spirito.
Ecco: non la comprendo. Ho un’intuizione di che cosa sia la Calma, ma nella mia mente non la conosco pienamente. Questo significa che non la ricordo pienamente. Questo significa che non la voglio pienamente. E questo, purtroppo, significa che non posso, neppure in uno stato di perfetto allineamento con la Trinità divina (nel mio stato di Libertà), mettere a Uso i miei sforzi e i talenti della mia mente per portare la Calma al bene dell’umanità. Posso ricordare, comprendere e volere soltanto ciò che è dato, cioè ciò che è aperto perché io lo custodisca nella mente. I miei poveri pensieri sul bene chiamato Calma sono dunque, in realtà, una preghiera, non un Uso della mia mente o del mio talento. Quando dico che vorrei che l’ansia non fosse più una piaga per l’umanità e che prevalesse la Calma, è una fervida preghiera del cuore, non una funzione triplice della mente che possa essere messa a buon Uso. Questa preghiera è un aspetto importante della mia vita interiore, ma non è un Uso dei miei talenti nello stato di Libertà per realizzare lo Sviluppo Umano Integrale.
È un dilemma che anche Agostino affronta bene. Di fronte alla nostra incapacità di distinguere e definire adeguatamente il bene nella nostra mente, egli ci dice che concentrare la mente sullo sradicamento del Male è inutile. Spiega che il male non è una cosa (Confessioni, Libro XII, capitolo 12).20 Il bene è una cosa. Il male è la privazione della cosa. È una distinzione importante, che nella filosofia moderna si è offuscata. Queste parole di Agostino, vecchie di 1600 anni, sono rivoluzionarie per il pensatore moderno, perché spesso siamo incoraggiati a usare il pensiero dialettico, a rivolgere l’attenzione alla dualità e alla polarità per percepire una Cosa alla luce del suo opposto. L’attenzione al binario ha generato l’idea che il progresso si ottenga attraverso lo scontro tra opposti, come sostenne Hegel (1770-1831) nella Fenomenologia dello spirito (1807)21 e nella Scienza della logica (1812).22 È un’idea suggestiva, nata nell’età delle rivoluzioni, alla quale Marx (1818-1883) rispose per antitesi: le categorie ricevono forma materiale non come verità trascendenti, ma come prodotti mobili, storici e temporanei del lavoro umano e del conflitto materiale (Miseria della filosofia, 1847).23
Di conseguenza, nell’istruzione superiore occidentale, gli studenti sono stati fortemente incoraggiati ad ammettere la dicotomia e a convenire che due cose (apparentemente opposte) possano essere entrambe vere e tenute insieme nello stesso momento, e che grazie a questa tolleranza progrediremo attraverso la lotta.
Avendo dedicato molto impegno al perseguimento di una formazione superiore e, ancor più, gran parte del mio talento a ciò che speravo fosse un arricchimento dell’Accademia, devo qui affermare la mia ferma convinzione: abbiamo sopravvalutato la dialettica fino ad abbracciare il paradosso dell’unità degli opposti come fondamento della logica umana, perché non riusciamo a comprendere la bontà Assoluta. E, peggio ancora, posso dire con la sicurezza che mi viene da più di due decenni e mezzo trascorsi come studentessa e dirigente nell’istruzione superiore americana che in nessuna aula dell’Accademia moderna desideriamo sinceramente dichiarare una qualsiasi cosa assolutamente Buona, e la privazione di quella Cosa Buona un male. So dunque, attraverso la mia stessa tragedia, che la memoria, l’intelligenza e la volontà della bontà Assoluta delle primizie della Divinità per la vita umana sono Ciò che è andato perduto per noi dalla caduta dell’uomo. Le aule dell’Accademia, il lungo prisma della riflessione umana, sono vuote dal punto di vista di Dio.
Questa perdita della capacità di comprendere pienamente la bontà assoluta è evidente se si considera la mia povera definizione di Calma. Mi sembrava di comprenderla meglio come una dicotomia, come l’opposto binario dell’Ansia. Secondo questa abitudine di pensiero occidentale moderna, Calma e Ansia possono esistere nello stesso tempo, forse in quantità diverse, e la Calma non si può comprendere senza l’Ansia, né l’Ansia senza la Calma. Questo ragionamento aiuta la mia debole mente. Posso infatti ragionare facilmente allo stesso modo: Luce e Buio sono opposti. Senza Luce non c’è Buio. Senza Buio non c’è bisogno di Luce. Luce e Buio devono esistere come le due facce della stessa medaglia. Posso quindi capire che cos’è la Luce, se la definisco come «non Buio». Anzi, il pensiero dialettico che ci ha consegnato Hegel, capovolto da Marx e postulato da Engels (1820-1895) come legge fondamentale dell’universo naturale, cioè il materialismo dialettico, vorrebbe farmi credere che né la Luce né il Buio siano Bene o Male, ma soltanto Tesi e Antitesi, il cui attrito violento è necessario per produrre una nuova realtà superiore: la Sintesi.24 Engels ci ha portati a percepire che tutto ciò che si sperimenta nella vita umana è soltanto materia in movimento governata dall’attrito materiale: ciò che è stato è finito, ciò che è ora è mutevole, e ciò che sarà sarà una nuova sintesi forgiata dall’attrito materiale del tempo che verrà. ¡Viva la revolución!
È davvero così? No, non sembra affatto giusto. Ci è detto infatti che alla fine dei tempi una nuova terra e una nuova Gerusalemme scenderanno dal cielo, da Dio, e non vi sarà più notte né tenebra, e la Luce della Divinità risplenderà su di noi per sempre (Apocalisse 21-22). Sembra dunque che io abbia sbagliato, o almeno che il mio ragionamento sia venuto meno da qualche parte, perché mi è detto che esiste una comprensione della Luce che non ha alcun bisogno del buio. La Luce, non il buio, è il bene assoluto che dovrei ricordare, contemplare e sperare con la mia mente triplice e divina.
Anche questa debolezza della logica umana è affrontata da Agostino. Egli afferma chiaramente che ragionare per dicotomie non dà comprensione, e perciò non è di alcun buon Uso (Enchiridion, capitolo 11).25 Proclama invece un ordine più alto per pensare il bene assoluto: il male non è una cosa, ma la privazione di una cosa. E lo paragona all’occhio, spiegando: un occhio cieco non è una cosa, è un occhio privato della vista. L’occhio senza vista, dunque, non è di alcun buon uso. Qualsiasi uso dell’occhio per una funzione diversa dalla vista è anzi un abominio: non c’è bontà nell’usare un occhio per qualcosa che non sia vedere. La Vista non ha bisogno della cecità per esistere. Anzi, la pienezza della Vista in tutti gli occhi significa che la cecità non esiste. E la funzione della Vista non dipende mai dalla funzione della cecità. La cecità è piuttosto una mancanza — una privazione, un impoverimento — della Vista. Non dovrei dunque cercare di eliminare la cecità: è uno sforzo inutile. Dovrei piuttosto, se la mia Libertà mi ci inclina, cercare che i miei talenti siano messi a buon Uso per instaurare la pienezza della Vista per sempre. E molti lo hanno fatto molto bene, perché comprendiamo innatamente la bontà piena e assoluta della Vista, e la sua totale privazione — la cecità — come una perdita terribile per la condizione umana, da evitare a ogni costo e da guarire con ogni mezzo possibile.
Se dunque seguiamo il ragionamento di Agostino, scopriamo che l’ansia non è una cosa. È la privazione di una cosa. Perciò il pensiero dialettico è inutile per comprendere pienamente la Calma o qualsiasi cosa buona. La comprensione e il progresso nella nostra ricerca di una buona società umana non si trovano nell’equilibrio tra due forze opposte, né il nostro progresso sarà forgiato dalla battaglia tra queste forze. Dobbiamo invece ammettere che l’ansia è la privazione della Calma. Così, quando concentriamo i nostri sforzi sullo sviluppo della Calma per il bene dell’umanità, dobbiamo comprendere pienamente la Calma come una cosa intera in sé — come una cosa buona che era, una cosa buona che è e una cosa buona che sarà per sempre — non come opposto dell’ansia, non in dualità né in polarità con l’ansia, ma come una delle Forme necessarie di una buona vita umana. Dobbiamo cercare l’essenza fondamentale di ciò che è assolutamente buono, se vogliamo volere che quella cosa sia restituita alla sua pienezza.
Così come, per comprendere la Vista come vitale per una vita umana piena, non mi sarebbe utile definirla come una capacità che vince la cecità, allo stesso modo non mi sarebbe utile definire la Calma (o qualsiasi bene assoluto del principio) come qualcosa che vince un male, o come una sintesi raggiunta in equilibrio con il suo opposto. No: la Calma esisteva in pienezza molto prima dei gradi di privazione che sperimentiamo oggi, questa epidemia che chiamiamo ansia. Per propagare la bontà di una Cosa, come la Vista, devo dunque descriverne l’essenza, la funzione, lo stato superiore e le condizioni necessarie per sostenerla nel singolo e nell’intera umanità, se voglio raggiungere lo scopo di perpetuare quella Cosa, come la Vista, per sempre. Sono certa che una breve ricerca nel campo dell’oftalmologia mi permetterebbe di esporre tutti gli aspetti fondamentali della vista umana. La Vista la comprendiamo bene: perfino un cieco probabilmente la ricorda dalla giovinezza e può contemplarla, perché è circondato da persone che vedono, e certamente può sperarla; e sapendo che la Vista è buona, possiamo orientare — e di fatto orientiamo — i nostri talenti, nell’umanità, a volere che una buona vista si perpetui per tutta l’eternità nella condizione umana. In questo aspetto di una buona vita umana siamo in perfetto allineamento con la Trinità divina e seguiamo la bontà dell’ordine che Egli ha creato per la vita umana. Ma la Vista non è tra gli aspetti dell’elenco di Ciò che è andato perduto che mi è stato dato.
Tornando dunque all’elenco che il Signore mi ha dato da considerare, mi rendo conto che si tratta di condizioni, o aspetti, della buona vita umana che non sono pienamente ricordati, né pienamente compresi, né pienamente voluti. Non esiste un compendio su queste Cose buone. Eppure desidero essere di buon Uso nell’aiutare l’umanità a conoscere questi gioielli — la nostra eredità — e a cercarli nella loro pienezza. Questo conduce il mio spirito a un unico desiderio, che è la preghiera del mio cuore a Dio nostro Padre e Creatore Onnipotente, e che condivido qui con tutti voi, per offrire il mio talento e la mia attenzione al degno progetto dello Sviluppo Umano Integrale:
Dio Padre, io voglio che Ciò che è andato perduto in principio, con la caduta dell’umanità, ci sia di nuovo aperto. Padre amorevole, El Shaddai, fa’ che ricordiamo pienamente la bontà di ogni aspetto della vita che hai stabilito per l’umanità. Apri al prisma delle nostre menti ciò che è stato chiuso, perché possiamo comprendere pienamente ogni aspetto in particolare e coglierne la funzione e lo scopo nell’insieme del Tuo disegno divino. Apri questa memoria, perché possiamo considerare — ciascuno secondo l’inclinazione della propria Libertà — ognuno di questi aspetti della vita buona, nella piena attesa con Te della venuta del Tuo Regno, Yahweh, Custode dell’Alleanza. Te lo chiedo perché le nostre preghiere trovino piena corrispondenza nelle nostre menti e siano messe a buon uso dai nostri talenti. Te lo chiedo nel Nome di Cristo Gesù, il Redentore di Ciò che è andato perduto, e supplico il Leone della tribù di Giuda, l’unico trovato degno di aprire il Libro, di giudicare questo mondo decaduto dell’uomo e di eliminare la privazione della nostra condizione, e l’Agnello di Dio immolato, l’unico degno di salire al trono nella Nuova Gerusalemme, affinché noi — nella nostra Libertà con Te — possiamo mettere a frutto tutti i talenti donati dal Padre, per l’attuazione della redenzione dell’umanità e il ripristino della vita buona che Tu hai ordinato e stabilito, e per la venuta della nuova Terra e della nuova Gerusalemme, dove non ci saranno né notte, né lacrime, né lamento, né confusione, né menzogne, né ladri, né alcuna privazione di quella Bontà che hai disposto come primizia per i Tuoi figli fin dal principio. Prego che tutti noi, nella piena attesa, vogliamo la venuta del giorno in cui vivremo di nuovo nella pienezza di queste cose e non ricorderemo più questi mali, queste privazioni del Tuo ordine per il nostro Essere, che ora ci affliggono. Rivelaci di nuovo la Via per essere umani: restituisci alla mente umana Ciò che è andato perduto. Così sia, vieni, Signore Gesù Cristo, vieni! Amen.
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Marx, K. (1963). The poverty of philosophy. International Publishers. (Opera originale 1847). ↩︎
Engels, F. (1947). Anti-Dühring: Herr Eugen Dühring’s revolution in science. Progress Publishers. (Opera originale 1877). ↩︎
Agostino. (2008). The Enchiridion on faith, hope, and love (T. S. Eliot, a cura di; H. Chadwick, trad.). Oxford University Press. (Opera originale ca. 420–422). ↩︎
Come citare questo articolo
Sarah Pattison PhD. (2026, 6 novembre). Ciò che è andato perduto: la tragedia dell’amnesia metafisica. Rielo Institute for Integral Development. https://riidblog.org/it/post/06-11-2026/


