La famiglia. Ieri e oggi.

La crisi della famiglia nel mondo di oggi: cause generali

Alcune note sul concetto di dignità 1

Essere persona non è qualcosa di aggiuntivo, non è una qualità o una caratteristica dell’essere umano: è il modo in cui l’essere umano esiste, è. La dignità non è legata alle sue qualità morali, fisiche o intellettuali, ma semplicemente al fatto che egli «è», al fatto che, in quanto individuo della specie umana, occupa un posto assolutamente speciale nel creato.

Per il cristiano la dignità dell’uomo ha un triplice fondamento: la sua origine divina, la sua qualità di immagine e somiglianza di Dio e la sua finalità nel Creatore stesso. La dignità è così definita, per tutti gli uomini in egual misura, in relazione diretta con Dio, indipendentemente da ogni altra condizione: razza, nazionalità, sesso, età, credenze, condizione sociale. Questa dignità è più che morale, più che etica, più che psicologica: è costitutiva dell’essere umano e la sua natura è ontologica. Non può essere concessa dall’individuo a se stesso, né possiamo farla dipendere dalla sua vita morale; né può essere concessa dallo Stato – come avveniva a Roma – o dalla società, sebbene spetti a loro riconoscerla e vigilare affinché non vi siano violazioni.

Nel tema che ci occupa, abbiamo un padre, una madre e dei figli, tutti dotati della stessa dignità.

Edgard Degas - La Famille Bellelli

Edgard Degas - La Famille Bellelli



Il matrimonio ieri e oggi 2

Pensiamo a come andavano le cose, diciamo un secolo fa. Due giovani danno il loro consenso, dicono «SÌ» e da quel momento si innesca un intreccio di conseguenze sociali molto complesse. Essi acquisiscono obblighi e diritti reciproci, riguardo alla propria intimità fisica, ai propri beni materiali, ai propri patrimoni, a beni di altra natura come la cura, la lealtà e la fedeltà reciproche; ma soprattutto il diritto di generare figli, con i quali si instaura, per il solo fatto della loro nascita, un legame molto speciale riconosciuto da tutta la società; figli che a loro volta hanno il diritto di esigere dai propri genitori cose che nessun altro, se non loro, può esigere. Questo «sì» dà vita a un’entità distinta dai contraenti, ovvero la «famiglia». E in quel «sì» era implicito che si trattasse di una decisione irrevocabile, per tutta la vita.

Per questo motivo, una semplice parola acquisiva un significato sociale, giuridico e morale fondamentale, determinato dal contesto culturale in cui veniva pronunciata. E ciò si manifestava in una cosa così semplice da passare quasi inosservata: l’intera società, compresi coloro che non avevano nulla a che fare con i contraenti, accettava la piena validità di quell’enorme impegno e quella coppia, che un attimo prima del «sì» non aveva altro che una relazione interpersonale, passava a costituire un’istituzione considerata fondamentale per la società.

Ma se il contesto culturale cambia, se nell’ascoltare quel «sì» i contraenti e il pubblico in generale pensano che non si tratti di un atto definitivo, che la reciproca dedizione e la reciproca fedeltà non siano altro che una questione di preferenza, cose eventualmente scartabili; che i figli possano cambiare famiglia, ecc. ecc., allora il «sì», anche se suona allo stesso modo, anche se la musica nuziale è la stessa e la cerimonia e la formula del contratto rimangono immutate, il «sì» non significa più la stessa cosa di ieri, perché la società non crede più nella famiglia in cui credeva un tempo.

Allora dovremo chiederci perché sia cambiato quel contesto culturale, e per noi cristiani è indispensabile avere chiarezza, avere un giudizio soprattutto sul contesto culturale che cambia.

Da tempo immemorabile la base di ogni società è stata la famiglia: i patriarchi potevano praticare diverse forme di poligamia; «a causa della durezza del cuore» 3 dell’uomo si poteva accettare il ripudio: ma la famiglia in quanto tale era la base della società, il suo elemento primo e indistruttibile.

Il solo fatto di ipotizzare che sia lecito che lo Stato legiferi per modificarne il significato della famiglia, significa già che non si ritiene che la famiglia sia la cellula fondamentale della società. Se lo fosse, lo Stato non potrebbe distruggerla con la propria legislazione. Lo Stato non ha alcun diritto di modificarne il carattere fondamentale a qualcosa che gli è anteriore. Analogamente, lo Stato non potrebbe sopprimere il diritto alla proprietà, il diritto alla vita o alla sicurezza personale, poiché tutti questi diritti sono anteriori allo Stato. Né può sopprimere il diritto dell’uomo a una famiglia.

Ma cosa è cambiato nel contesto sociale, nel contesto culturale? Perché quelle idee che ieri ci sarebbero sembrate aberranti e che appaiono comunque piene di contraddizioni, hanno oggi tanta forza? In nome di cosa si giustifica questa vera e propria eliminazione della famiglia? Perché ci troviamo nella necessità di intervenire in difesa della famiglia? Gli argomenti li abbiamo sentiti molte volte: i diritti dei coniugi alla libertà, alla libera scelta, a non subire indefinitamente le conseguenze di un errore giovanile; in sintesi, il diritto alla felicità, alla realizzazione personale, ecc. In una parola, l’istituzione matrimoniale si sta dissolvendo a beneficio dei diritti, presunti o reali, degli individui (l’uomo e la donna) che la compongono. Ciò che ha assunto il ruolo di valore sociale supremo è l’individuo. È lui il metro con cui devono essere misurate tutte le altre realtà sociali (e questo, in fondo, si riscontra sia nelle società liberali e democratiche che nei socialismi moderni).

Si tratta quindi di soddisfare i bisogni degli individui, e fondamentalmente il loro bisogno di realizzazione personale, di felicità. E nella società dei nostri giorni, tale realizzazione personale appare come il fondamento della dignità umana, come la ragion d’essere della nostra esistenza. Non «realizzarsi» come individuo è una forma di schiavitù, di mutilazione. Si cerca di consacrare la soddisfazione dell’individuo come obiettivo centrale della vita. È ciò che oseremmo definire un «individualismo edonista».

Laddove si combatte per il divorzio, segue a ruota la lotta per l’aborto e quella per la libertà nelle «preferenze sessuali» (sodomia o lesbismo), ecc. ecc., per rimanere nell’ambito di ciò che negli Stati Uniti viene eufemisticamente definito «libertà riproduttiva». Si afferma, a volte in modo esacerbato, il diritto dell’individuo a divertirsi il più possibile, senza alcuna restrizione, specialmente in ambito sessuale, forse perché è proprio lì che si trova la fonte più impetuosa di godimento disordinato.

In questa liberazione si racchiude una sorta di dignità umana. L’uomo o la donna che non hanno questa libertà di scegliere in qualsiasi momento la forma di realizzazione personale che desiderano sono schiavi o schiave, sono oppressi nel nucleo più profondo della loro esistenza. Si tratta di una forma estrema di individualismo e, essendo un individualismo incentrato sul piacere e sulla soddisfazione, di individualismo edonista.

Una conseguenza molto importante dell’individualismo edonista è la negazione dell’esistenza di decisioni umane irrevocabili e definitive. Perché se esiste una decisione irrevocabile su una questione importante, ciò significa che l’uomo si è privato di parte della propria libertà e ha rinunciato al proprio diritto alla piena realizzazione. Credo che sia proprio questa la radice della resistenza che alcuni settori socialmente influenti oppongono al celibato sacerdotale, ai voti religiosi perpetui, ecc. Quando un uomo o una donna prendono una decisione definitiva come queste, rinunciano a disporre di sé stessi, e questo è qualcosa che risulta quasi ripugnante per una parte delle mentalità contemporanee.

La risposta cristiana è semplicemente che l’aspirazione suprema dell’uomo, la sua pienezza, non è ciò che solitamente viene definito «realizzazione personale». Qui c’è chiaramente un giudizio negativo, formulato dal punto di vista del Vangelo su atteggiamenti profondamente radicati nella cultura contemporanea. Lo afferma la Gaudium et Spes: «L’uomo, unica creatura terrena che Dio ha amato per se stessa, non può trovare la propria pienezza se non nella sincera donazione di sé agli altri» 4. La chiave dell’esistenza umana sta nella donazione. E naturalmente la vera donazione non ha ritorno. La donazione non è un prestito. E quelle parole del Concilio non sono altro che un’eco di quelle di Cristo nel Vangelo: «Chi vuole salvare la propria vita, la perderà» 5.

Cosa aggiunge la Rivelazione alla famiglia naturale? Ciò che la Divina Rivelazione aggiunge alla famiglia è che, grazie alla fede, conosciamo il senso profondo di quella famiglia, senso che la ragione umana può arrivare a scoprire, ma solo in modo fragile e incerto. La Rivelazione ci «serve» proprio a questo, ad affermarci in ciò che, in sua assenza, intravediamo solo senza piena certezza. Grazie alla Rivelazione comprendiamo che il significato della famiglia è che essa rappresenta il luogo naturale in cui gli esseri umani «siano uno».

Occorre quindi approfondire il vero ideale della famiglia cristiana. Naturalmente tale ideale è la famiglia di Nazareth. In che senso questa è una famiglia perfetta ed esemplare? Nel senso fondamentale che in essa Dio era al primo posto.

La donazione reciproca non era uno sguardo l’uno all’altro, ma il donarsi l’uno all’altro affinché l’altro potesse donarsi pienamente a Dio, rendersi disponibile per Dio: unità, non individualismo.


  1. RODRIGUEZ GUERRO A, CHUAQUI, B., Note sull’evoluzione del concetto di dignità in Ars Medica 2002; 4(6). ↩︎

  2. Cfr. VIAL CORREA, J. de Dios e RODRIGUEZ GUERRO, A. La dignità della persona umana dal concepimento alla morte in Atti di Bioetica dell’OPS, nov-dic 2008. Santiago del Cile. ↩︎

  3. Mt 19, 8 ↩︎

  4. Gaudium et Spes, cap. II, 24, par. 3 (Carattere comunitario della vocazione umana secondo il piano di Dio) ↩︎

  5. Mt 10,39 ↩︎

Come citare questo articolo
Angel Rodriguez Guerro PhD. (2026, 6 agosto). La famiglia. Ieri e oggi.. Rielo Institute for Integral Development. http://riidblog.org/it/post/06-08-2026/


Vedi anche